20 GIUGNO 1944 LA BATTAGLIA DI PIAN D'ALBERO

DEI PARTIGIANI COMUNISTI DELLA BRIGATA D'ASSALTO "VITTORIO SINIGAGLIA"

CONTRO I NAZISTI

 
 

Domenica 21 giugno il Coordinamento Comunista Toscano (CCT) sarà a Pian d'Albero per ricordare i comunisti della Brigata Sinigaglia, italiani e sovietici, caduti in quella battaglia e nella lotta partigiana. Come abbiamo fatto lo scorso anno, vogliamo collegare il sacrificio di decine di migliaia di compagni italiani impegnati nella lotta al nazifascismo e per un'altra società con le lotte che i comunisti hanno combattuto e stanno combattendo in molte aree del mondo per liberarsi dalle dittature fasciste e dal sistema capitalista: due facce della stessa medaglia.
 

Alla commemorazione sarà presente il Compagno Manuel Sutherland, docente di economia all'Università di Caracas, Coordinatore del Centro di Ricerca e Formazione Operaia, dirigente della Juventud Comunista de Venezuela.
 

Quest'anno, con spirito unitario, abbiamo aderito e collaborato con l'iniziativa organizzata dal Comitato per Pian D'Albero, che ha indirizzato la giornata in sostegno alla giusta rivendicazione di ottenere il libero accesso alla strada praticabile per raggiungere il Cippo partigiano, eretto in ricordo della battaglia presso la casa della famiglia contadina dei Cavicchi dove avvenne la strage ad opera dei nazisti e completamente restaurato dallo stesso Comitato.
 

Come comunisti, nella giornata di domenica 21, dedicheremo uno spazio di riflessione e di dibattito a chi, come noi del CCT, è convinto che la lotta generale contro il nazifascismo l'abbiano condotta principalmente i comunisti organizzati e che oggi possa essere condotta e sviluppata sotto la stessa direzione, perché non si può sconfiggere definitivamente il fascismo se non si abbatte il capitalismo.
 

Un confronto, su quanto accaduto quel 20 giugno 1944 e su come oggi il capitale sta riorganizzando i gruppi fascisti e nazisti contro il movimento operaio e rivoluzionario. L'uso delle formazioni al servizio del capitale e dell'imperialismo avviene in varie parti del mondo. Gli avvenimenti in Ucraina ed in altre nazioni europee, gli attacchi fascisti al governo venezuelano, in Italia i “servizi” di Casa Pound, di Forza Nuova e la trasformazione in senso più reazionario e populista della Lega, lo confermano ampiamente. Per il capitalismo, la carta del fascismo del 3° millennio è un'alternativa possibile e praticabile.
 

Quindi, nel percorso avviato lo scorso anno, l'appuntamento è alle ore 10,15 di fronte alla casa dei Cavicchi per una discussione con il compagno venezuelano.
 



 

Per informazioni e contatti 329.5923500 - 339.7772265 - 329.6947952
 

COORDINAMENTO COMUNISTA TOSCANO
 

coordcomtosc@gmail.com
 

 
 
 
 
 
--
Hai ricevuto questo messaggio perché sei iscritto al gruppo "cct2013" di Google Gruppi.
Per annullare l'iscrizione a questo gruppo e non ricevere più le sue email, invia un'email a cct2013+unsubscribe@googlegroups.com.
Per altre opzioni visita https://groups.google.com/d/optout.



Connetti gratis il mondo con la nuova indoona: hai la chat, le chiamate, le video chiamate e persino le chiamate di gruppo.
E chiami gratis anche i numeri fissi e mobili nel mondo!
Scarica subito l’app Vai su https://www.indoona.com/

 

 

 

 

 

DOMENICA 21 GIUGNO 2015 A PIAN D’ALBERO

 

 

 

I COMUNISTI A PIAN D'ALBERO PER COMMEMORARE LA BATTAGLIA DEL 20 GIUGNO 1944

 

 

 


 


SARA' PRESENTE IL COMPAGNO VENEZUELANO MANUEL SUTHERLAND

docente di economia all'Università di Caracas, Coordinatore del Centro di Ricerca e Formazione Operaia, dirigente della Juventud Comunista de Venezuela.

 


 

Per informazioni e contatti 329.5923500 - 339.7772265 - 329.6947952

 

COORDINAMENTO COMUNISTA TOSCANO

coordcomtosc@gmail.com

 

LA BATTAGLIA DI PIAN D’ALBERO E L’ECCIDIO DI FIGLINE VALDARNO

 

“GRACCO” (Angiolo Gracci), Comandante Militare della Brigata “Vittorio Sinigaglia”

(scritto il 21 giugno 1952 per l’ottavo anniversario dell’eccidio e pubblicato da “Il Nuovo Corriere”)

 

II bando di Graziani aveva indotto migliaia di giovani fin dalla fine del maggio 1944, a prendere la via della montagna per sottrarsi alla forzata collaborazione con lo straniero invasore. Anche nella zona controllata dalla nostra  formazione partigiana il Monte Scalari che da una parte guarda sul medio Valdarno e dall'altra sulla conca di Firenze, affluivano centinaia di patrioti.

 

La Brigata garibaldina d'assalto «Vittorio Sinigaglia" in pochi giorni quadruplicò i propri effettivi, di conseguenza il nostro Comando si trovò dall’oggi al domani immerso in una quantità di nuovi e difficili problemi logistici, organici e tattici provocati dal troppo rapido accrescimento numerico dell’unità. Le condizioni obiettive (soprattutto la dispersione dei distaccamenti e le gravissime deficienze dell’armamento), l’eccesso di lavoro e le nuove impreviste responsabilità dei quadri determinarono una crisi latente nella mobilità e nell’elasticità della formazione, nella sua capacità di orientarsi e di reagire prontamente ad eventuali situazioni di emergenza provocate dall'iniziativa del nemico.

 

Fu appunto in questo difficile periodo di riorganizzazione che fummo attaccati dai paracadutisti della «Hermann Goering».

 

All'alba del 20 giugno, sopraffatte le sentinelle, i tedeschi assalirono la casa colonica di Pian d'Albero dove avevano trovato riparo dalla furia del temporale notturno una cinquantina di giovani quasi tutti giunti fra noi appena il giorno prima. I pochi partigiani armati che avevano la consegna di vegliare sul gruppo dei disarmati caddero combattendo prima che le nostre squadre dislocate sui poggi più vicini avessero potuto accorrere in loro soccorso. Le armi dei morti furono impugnate dai superstiti che spararono fino all'ultima cartuccia. I nazisti, circondata la casa, la tempestarono di bombe incendiarie e in pari tempo preclusero ogni via di scampo bloccando i nostri tentativi di rompere il cerchio mortale.

 

Caddero, fra gli altri, combattendo da prodi, un carabiniere e il diciottenne Italo Grimaldi, stringendo sul petto squarciato il labaro sottratto dalla Scuola Militare di Milano perché non cadesse nelle mani dell'invasore. Si immolarono in un eroico assalto, cercando di aprire dal di fuori un varco ai compagni italiani circondati, i partigiani sovietici «Alexei» e «Giovanni», quest'ultimo un valoroso tenente pilota dell'Armata Rossa evaso con altri connazionali dalla prigionia. Anche il vecchio Giuseppe Cavicchi, il capoccia di Pian d'Albero, confuse il suo sangue di vegliardo ottantenne con quello dei giovani e dei giovanissimi che egli non aveva esitato ad accogliere e rifocillare sotto il suo tetto.

 

I nazisti riuscirono poi a ripiegare verso il fondo valle portando con sé i patrioti sopravvissuti, ma sottoposti ai nostri continui attacchi sul fianco, persero in parte il controllo del gruppo dei prigionieri che si assottigliò ad una ventina. A Pian d’Albero contammo sul terreno tredici partigiani morti. Il nemico ebbe da parte sua quindici morti e tra i feriti lo stesso comandante.

 

Sopra Figline Valdarno, a mezza costa dalla collina, c’è una strada di campagna che porta alla fattoria detta “del Palagio”. La strada per un buon tratto è fiancheggiata verso monte da una pròda erbosa sul cui ciglio si alza un filare di gelsi. Oggi c’è un cippo bianco tra quei gelsi, con sopra incisi i nomi di diciannove italiani. Sono i nomi dei patrioti che suggellarono quella sanguinosa giornata del 20 giugno 1944 con il loro martirio.

 

Al cospetto della popolazione spinta a forza nel luogo sotto la minaccia dei mitra, i nazisti, con fredda ferocia, consumarono il crimine. Essi appesero a diciannove gelsi diciannove cappi e dietro ad ogni gelso posero un patriota in modo che stesse di fronte alla popolazione, la quale, atterrita dai lugubri preparativi, era tenuta ammassata sulla strada ed era dominata dalle sinistre canne d'acciaio. Cominciando da una estremità della fila dei prigionieri, i boia fecero loro salire, ad uno per volta, l’unica seggiola che servì per l'infame eccidio. Diciannove calci alla sedia e la macabra danza dell'impiccato si ripeté, come in una allucinante, tragica visione, per diciannove volte.

 

La scena più atroce, prova incancellabile della bestialità degli assassini, un quadro tremendo de-
gli orrori della guerra e della criminale assenza di ogni sentimento umano nei loro cuori si ebbe
quando essi si accinsero ad impiccare il  piccolo undicenne Aronne Cavicchi al cui fianco at-
tendeva il supplizio anche il padre Noberto. Non era bastato agli assassini di aver massacrato al mattino il vecchio, inerme contadino di Pian d'Albero Essi volevano ora distruggere tutta la sua famiglia, e per questo si erano trascinati dietro il figlio e il nipote, per assistere più tardi, con calma, allo spettacolo della loro agonia. Quando, dunque, i boia alzarono il piccolo Cavicchi sulla seggiola per infilargli la piccola testa ricciuta nel cappio fatale, egli cominciò a dibattersi e ad urlare disperatamente, rivolto verso il padre, che non voleva morire, che era innocente, che non aveva mai fatto male a nessuno. Noberto Cavicchi guardava straziato il suo bambino e tentava di correre ad abbracciarlo e a confortarlo, ma lo trattenevano le braccia dei paracadutisti. Il padre implorò l'ufficiale che comandava l'esecuzione perché fosse risparmiata la vita alla sua creatura innocente e poi, vista inutile ogni supplica, chiese di essere ucciso lui per primo per non assistere all’agonia del figlio. “Nein!”, “Nein!”, “Nein!”. Dalla bocca dell’ufficiale non usciva altro monosillabo.

 

La gente, i poveri contadini che assistevano al martirio gridavano di dolore e piangevano, le donne si strappavano i capelli dallo strazio, invocavano l’aiuto di Dio, supplicavano nella polvere ai piedi dei mostri in uniforme. Anche il parroco intervenne. Tutto inutile.

 

Toccava al piccolo Aronne. Egli si trovava nella fila prima del padre e l'« ordine » andava rispettato. Che forse gli uomini di Hitler non combattevano, non insanguinavano l'Europa da quattro anni appunto perché fosse salvato e ristabilito l'”ordine” della «civiltà minacciata»? Che forse i partigiani presi a Pian d'Albero non portavano al collo il fazzoletto rosso?

 

Doveva trattarsi, perciò, delle solite «canaglie rosse» e «rossi» erano certamente quei Cavicchi,
i componenti di quella famiglia di contadini che aveva osato dare ospitalità ai «fuori legge» nella

Loro povera casa “violando” i bandi di Kesserling e di Graziani. « Rossi », dunque, e come tali andavano trattati, da razza inferiore, indegna di vivere. «Tutti Kaput!» e la civiltà sarebbe stata salva... Questo, fu il martirio dei diciannove del 20 giugno 1944, laggiù al «Palagio», presso Figline
Valdarno, nella nostra dolce Toscana.

 

Anche quest’ anno, come ogni anno dalla fine della guerra, a Pian d'Albero e al «Palagio» si
radunano i familiari e gli amici dei garibaldini della «Sinigaglia», i partigiani, i patrioti, i contadini e i minatori del Valdarno. Davanti ai luoghi della battaglia e del supplizio, davanti a quella casa colonica che ora risuona della voce di altri bambini e di altri vecchi, davanti a quei gelsi muti, ma sempre robusti e verdi si radunano i lavoratori e i combattenti della libertà.  I giovani di ieri, ora con qualche ruga e qualche capello grigio, raccontano ai giovani di oggi come lottarono, come soffrirono e come e per che cosa morirono i loro compagni.

 

Poi tutti ascoltano, assorti, la parola semplice e sicura dei comandanti, dei dirigenti popolari e a sera ritornano ai paesi, alla città, ai focolari con l'animo ritemprato e con una più decisa, comune volontà: difendere e salvare la pace e l'indipendenza della Patria!

 

 

 

 

 

 

 

 

LA BATTAGLIA DI PIAN D'ALBERO

“GIANNI”, Commissario Politico della Brigata “Vittorio Sinigaglia”

(estratto da “Quelli della Stella Rossa”, pubblicato nel 1999)

 

L’alba del 20 giugno arrivò presto, e sembrò annunciare una buona giornata; la pioggia da qualche ora era cessata, ma la nebbia e i vapori acquei coprivano con il loro manto, uomini e cose, rendendo scarsissima la visibilità. Dalla casa di Pian d’Albero, quel martedì 20 giugno, verso le ore 6,10, uscì per primo Paolo Cavicchi, che attaccati i buoi al carro, si avviò verso la Fattoria di Badia Monte Scalari, per portare il formaggio. Il padre Norberto Cavicchi, di anni cinquantadue, che tutti i martedì, pioggia, vento o neve andava al "mercato", di Figline Valdarno, quella mattina, erano le 6,30, si mise a lavorare nella stalla. Il nonno Giuseppe Cavicchi, di settantanove anni, che di solito, si alzava verso le 10, quella mattina alle 6,30 era già alzato e gironzolava intorno alla casa. Mamma Cavicchi, non erano ancora le 6,35, era già andata a prendere l’acqua al pozzo, che si trovava circa cinquanta metri di distanza dalla casa. Aronne, alle 6,30 aveva già riportato le pecore nei pressi del fienile. La figlia Giuseppina Cavicchi, di undici anni, sorella di Aronne, alle ore 6,35 uscì di casa con un'amica, per andare al Poggio alla Croce. La nonna e tutte le donne, sfollate da Figline e da altri luoghi, rimasero a casa.

 

Quel centinaio di giovani (arrivati per arruolarsi nella Brigata e) ospitati nel fienile dormivano ancora. Alle primissime ore dell'alba di quel martedì 20 giugno 1944, reparti tedeschi della I divisione paracadutisti, una delle più agguerrite e decorate divisioni di tutto l'esercito nazista, partirono dalla Fattoria del Palagio, che si trovava qualche centinaio di metri a nord di S'Andrea a Campiglia, protetti dalle basse nebbie, che li occultavano anche a brevissima distanza, si incamminarono sulla strada carreggiabile, quasi a passo di corsa, la nebbia ovattava il rumore dei loro passi, passarono sulla destra della piccola frazione di Santa Lucia e da qui puntarono sulla sinistra di Carpignano. Giunti lì si divisero in due reparti: uno, il più grosso, andò a trovare la mulattiera che passava alla sinistra di Casa Carpignano e alla destra di Casa Calvetta e di Poggio alla Parrina e che conduceva proprio sul crinale, al lato destro della casa di Pian d'Albero; l'altro reparto, che nei pressi di Casa Carpignano, si era diviso dal grosso, seguì il primo reparto sulla stessa mulattiera con la sola differenza che invece di fermarsi sulla strada di Pian d'Albero, là dove la mulattiera faceva quella curva, continuò sulla mulattiera stessa e si fermò a sinistra di Pian d'Albero, lì dove la mulattiera finiva.

 

Le SS germaniche si misero in moto un po' più tardi dei paras. Un grosso reparto di queste, partite su dodici camion, da Villa Palagina, dove c'era un loro comando, risalirono la strada che passava da Sant'Andrea a Campiglia, Casa Borghetta, alla sinistra di Casa la Bifolca e passarono così dal Brollo, e sul fianco sinistro di San Piero al Tirreno, poi sotto Casa la Leccia e abbandonati i loro mezzi motorizzati, sul fianco della strada, nei pressi di Casa gli Appinni, passarono sul terreno di questa casa colonica, per andare a ritrovare più giù, a sud di questa, il sentiero che passava giù, nel mezzo tra Poggio Mezzo Tondo e si congiungeva all'ultimo tratto della carreggiabile: Casa al Monte Pian d'Albero. Si addentrarono così nella zona boscosa, con passo sicuro, certi di tagliare fuori le posizioni da noi controllate, e facilitate anche dalle basse nebbie, riuscirono a piombare alla sinistra della casa di Pian d'Albero lì dove era giunto uno dei due reparti dei paras.

 

Erano le ore 6,35 e tutti i reparti nazisti avevano raggiunto gli obiettivi prestabiliti dai loro piano d'operazione. La casa ed il fienile di Pian d'Albero si trovavano praticamente in mezzo ai tre reparti d'assalto nazisti, che avevano scansato alla perfezione tutto il sistema difensivo partigiano, andando a colpire il punto più debole.

Qualcuno in seguito sostenne che fu un caso, io non ci ho mai creduto! Sono passati cinquantaquattro anni, e non ci credo ancora! In un'azione militare che ha il carattere di un ardito colpo di mano, non a caso si riescono a neutralizzare tutte le misure difensive dell'avversario. Se si riesce, è perché, si conoscono! In questa mia modesta testimonianza, mi sono soffermato sulla dislocazione dei reparti partigiani e sul loro armamento, per comprendere come quei tedeschi evitassero tutto il sistema difensivo partigiano, come conoscessero a menadito tutte le nostre posizioni, in quanto piazzarono quattro mitragliatrici pesanti due a sinistra e due a destra su in alto, guardando dalla casa di Pian d'Albero; una mitraglia posizionata a sinistra, batteva non sulla casa o sul fienile di Pian d'Albero, ma sulla carreggiata che dalle postazioni di noi partigiani, portava a Pian d'Albero.

 

Quindi i nazisti, sapevano che l'aiuto partigiano sarebbe venuto da lì, e quindi isolavano subito Pian d'Albero battendo quella carreggiata. Ma poi, come facevano a sapere i nazisti, che dentro quel fienile e parte anche in casa, c'erano i partigiani? Non piazzarono le loro armi contro un fienile di tutte le altre case contadine, dove i partigiani non c'erano, ma sull'unico fienile, dove i partigiani disarmati erano presenti. Era il 20 giugno 1944.

 

Erano le ore 6,45 a tutti gli orologi tedeschi ed italiani, e a quell'ora precisa i nazisti stavano per aprire improvvisamente il fuoco con le loro mitragliatrici ed i bipiedi Skoda sulla casa di Pian d'Albero e sulla porta del fienile, dove gran parte dei giovani, che erano arrivati o la sera prima, o da due o tre giorni al massimo, dormivano ancora. Alcuni, i più mattinieri, si erano già alzati, ed erano già fuori dal fienile. Il fatto è che poco prima era passato di lì Marco che aveva detto: «Ragazzi, siete ancora qui, forza, venite via, non piove più, venite su in Brigata» e così dicendo era andato su al suo distaccamento. Pantera che era lì, perché aveva fatto il suo turno di guardia, entrò dentro al fienile a sollecitare quei ragazzi, dicendo che bisognava andare su al Comando. Così, mezzi intontiti dal sonno, si alzarono e cominciarono ad uscire. Ne erano usciti cinque o sei ed erano lì fuori ad aspettare gli altri, quando uno, che era a sedere su uno scalino del fienile a legarsi i lacci delle scarpe, tutto ad un tratto disse: «Ragazzi rientra una nostra pattuglia!». Pantera che era lì, guardò chi poteva essere: Venivano avanti giù dal poggio, di corsa, sparpagliati... si accorse che erano tedeschi, tedeschi senza elmetto ma tedeschi. «Ragazzi ci sono i tedeschi», ma non fece a tempo a dir altro, una sparatoria infernale coprì la sua voce.

 

Erano le 6,45 e Pantera con quei ragazzi, si buttò subito dalla parte della catasta di legna, e purtroppo si trovò di fianco ai tedeschi del primo assalto, che protetti dal fuoco delle loro mitragliatrici erano giunti fin lì. Allora Pantera e gli altri, entrarono nel Borro di Scandolaia, di lì al Borro della Faggina, proseguirono poi nella zona di Dudda; quando sentirono che il combattimento era finito, ritornarono in Brigata. Fin dalle prime raffiche, Vecchio e Truciolo, che insieme ad altri due partigiani erano dentro la casa di Pian d'Albero per fare il pane, tentarono la fuga. Vecchio e gli altri due, saltarono la rete metallica che c'era dalla parte delle cataste di legna, e riuscirono dopo varie peripezie a raggiungerci sani e salvi. Truciolo, invece non fece a tempo, sparò alcuni colpi di fucile contro i tedeschi, e rientrato nella casa di Pian d'Albero si nascose dentro la cappa del camino. Marco, che era tornato a Poggio Sughero, che guardava Pian d'Albero, dove era dislocato il suo distaccamento, il II della II Compagnia, montato a cavallo stava scendendo giù a Pian d'Albero, per eseguire l'ordine ricevuto da Gino, durante la notte: «Domattina porta via quei ragazzi dal fienile». Marco era già a mezza costa, quando sentì, improvvisamente quell'uragano di fuoco, provenire da Pian d'Albero. Subito si gettò giù da cavallo e corse più avanti a vedere la Casa di Pian d'Albero, si girò e vide calar giù dall'altro sentiero i tedeschi che correvano verso il fienile. Marco, corse verso i suoi uomini, trovò Falchetto che piazzato alla mitragliatrice sparava tranquillo con attenzione sui tedeschi in corsa. Marco vide davanti alla mitragliatrice alzarsi il terriccio, comprese che con un'altra mitragliatrice i tedeschi sparavano su Falchetto, guardò dove poteva esser piazzata e vide che era situata sul crinale da dove i tedeschi scendevano verso la casa ed il fienile: comandò dei compagni fucilieri, per neutralizzare quella mitraglia. Poi rivolgendosi a Falchetto disse: «Prendi un bipiede Brent, e piazzati di fianco a me ad una distanza di quattro metri e spara senza pietà su quei cani. Alla mitraglia con due serventi rimango io».

 

Nonostante tutto ciò, sotto la protezione delle loro mitragliatrici e dei bipiedi Skoda, paracadutisti e SS germaniche si gettarono avanti di corsa, verso la casa ed il fienile di Pian d'Albero, e dietro le due costruzioni, accerchiandole. Erano le ore 6,50, mamma Cavicchi che era al pozzo a prendere l'acqua sentì, tutto d'un tratto, una tremenda sparatoria che veniva da più parti, vide due sentinelle partigiane che conosceva, che ritirandosi verso la casa ed il fienile, spararono all'impazzata contro i tedeschi, che sparando a loro volta venivano avanti di corsa. Svegliati del tutto, da quella tremenda sparatoria, i partigiani rinchiusi nel fienile tentarono d'uscir fuori, e si trovarono sotto un fuoco incrociato mortale, perciò, furono costretti a rientrare dentro al fienile.

 

Erano le 6,45 e Giuseppina Cavicchi, che era uscita di casa con la sua amica, per andare al Poggio alla Croce, sentì sparare le prime raffiche tedesche, e immediatamente sentì il fuoco delle mitragliatrici dei partigiani che rispondevano, pensò lei, dalla parte di Casa al Monte. Insieme alla sua amica riuscì a malapena a rientrare in casa. Dentro trovò la nonna, e tutte le donne sfollate. La mamma era rimasta al pozzo, sotto la minaccia di un paras nazista. Erano le 6,45 e Paolo Cavicchi, che con il carro tirato dai buoi, aveva raggiunto la Fattoria di Badia Monte Scalari, sentì la sparatoria sempre più violenta, tornò verso casa, ma al Borro Grande, sotto Casa al Monte, trovò un posto di blocco partigiano, comandato da Bafforado, che non lo fece passare, dicendogli: «Pian d'Albero è un campo di battaglia, si spara da tutte le parti!». Erano le 6,45, il nonno Giuseppe Cavicchi, si trovava nello stalletto dei maiali per accudirli; il primo SS che arrivò lì lo ammazzò con una raffica di mitra dal basso all'alto. Quest'uomo, nonno, babbo, il patriarca, il «capoccia», il capo insomma, attorno al quale era nata e sviluppata la famiglia, attorno al quale si sono potuti organizzare e sviluppare i partigiani, non era più, era morto per sempre! Non sembrava neanche vero, tanto era forte la sua personalità!

 

Aronne Cavicchi, era nei pressi della casa, dove le pallottole gli fischiavano, e miagolavano tutte intorno; i paras nazisti lo fecero prigioniero, insieme a suo padre e a tutti gli altri partigiani che erano nel fienile.

 

«Pugno di Ferro» che si trovava ancora dentro al fienile, con un gruppo di partigiani, tentò di aprirsi un varco, per uscire attraverso la finestra in fondo (dirimpetto alla porta), che aveva per
sbarre grossi tronchi d'albero. Avevano appena mosso un tronco, quando si trovarono sotto il fuoco delle SS, che dal lato sinistro di Pian d'Albero avevano raggiunto con manovra avvolgente il dietro della casa e del fienile. «Carabiniere», sottufficiale dei Carabinieri, insieme a «Fregio», dai due lati della porta del fienile spararono sui tedeschi, per far uscire i compagni affinché corressero in direzione delle postazioni partigiane. Venne colpito da una raffica di machine pistol, e i suoi polmoni schizzarono fuori dalle costole. Anche «Fregio», all'altro stipite della porta, venne ferito piuttosto grave mente. «Fregio», constatato, che non ce la faceva a muoversi e visto che i nazisti, davano il colpo di grazia a tutti i feriti, infilò la mano nelle sue ferite, e si spalmò il sangue su un orecchio, come se fosse stato colpito alla testa, si sdraiò vicino allo stalletto dei maiali. Quando passarono i tedeschi per dare il colpo di grazia, lo credettero morto, gli presero lo Sten, il portafoglio, le scarpe, e lo lasciarono lì. Pugno di Ferro, che aveva preso il posto dei due compagni feriti, sparando col suo Sten contro i nazisti tutt'intorno, venne colpito al basso ventre e rotolò a terra, usando grumi del suo stesso sangue, così come aveva fatto «Fregio», poté evitare il colpo di grazia. Al Carabiniere i nazisti non tirarono il colpo di grazia; poiché le sue ferite erano mortali, preferirono lasciarlo morire tra atroci sofferenze. «Bistecchino» insieme a Granisi Gian Paolo, sfondò il tetto del fienile e salirono sopra; dapprima il fumo delle bombe tedesche li occultò al nemico, poi quando si diradò, si trovarono sotto il fuoco dei nazisti. Bistecchino era uno dei partigiani addetti alla difesa delle giovani reclute partigiane, e perciò, pensò, che morire era ormai necessario e fatale, ma con lui dovevano morire altri nazisti. Alcune scariche di mitraglia passarono vicino alla sua testa, e a quella del suo compagno Granisi, scheggiando gli embrici del tetto, alcune bombe lanciate dal basso, esplosero a lui vicine, sfondando larghi pezzi del tetto, che caddero sotto con fragore tra l'urlio delle giovani reclute, mentre Bistecchino, col suo Sten, sparava raffiche su raffiche, cercando di fermare i tedeschi, che si avvicinavano sempre più alla porta del fienile, protetti da quelle tre mitragliatrici, che vomitavano fuoco sulla porta, sulle scale, sul tetto. Bistecchino sparò ancora, poi Gian Paolo Granisi, che gli era accanto lo sentì sussultare, lo toccò con una mano e se la trovò bagnata di sangue, lo chiamò più volte, ma Bistecchino non rispose, non poteva rispondere: era morto! Una raffica di mitraglia lo aveva colpito in pieno, parte del suo sangue era schizzato addosso al suo amico Gian Paolo. Un paras tedesco armato di machine pistol, ordinò a Gian Paolo di scendere giù. Gian Paolo scese, e quando fu a terra, i tedeschi a calci di fucile nella schiena, lo allinearono sotto il muro della casa, insieme ad altre decine di compagni fatti prigionieri; lì furono tutti perquisiti e derubati d'ogni avere, poi un ufficiale delle SS, a monosillabi domandò loro, se sapevano niente di un Capitano delle SS fatto prigioniero la sera prima; al loro diniego, l'ufficiale lasciò andare un manrovescio al più vicino e andò via bestemmiando. Ad uno ad uno i difensori partigiani, cadevano colpiti a morte o feriti gravemente, mentre il fuoco delle mitragliatrici partigiane cercava d’inquadrare i nazisti. La mitragliatrice tedesca piazzata alla "Quercia di Pratoreggi”, continuò a battere il vano della porta del fienile, mentre le altre due battevano tutto il resto. I nazisti arrivati fulmineamente fin lì, continuarono a lanciare sul fienile bombe dirompenti e bombe incendiarie. Il fienile era in fiamme, ed i poveri ragazzi che uscirono vennero fatti prigionieri... in quei quindici minuti, avevano fatto tanti morti, tanti feriti e più di cento prigionieri. È chiaro che agì in pieno il fattore sorpresa, agevolato dalle condizioni atmosferiche che riducevano la visibilità ed il controllo delle vie di accesso solo a pochi metri. Unito al fattore sorpresa agì la superiorità schiacciante del numero, e del volume di fuoco, concentrato in un sol punto, che era poi il punto più debole e vulnerabile! Forse il colpo di mano nazista, ebbe l'obiettivo di creare in tutti noi, uno shock psicologico, terrorizzante, di farci credere che si trattava di un grosso rastrellamento, e che a minuti saremmo stati attaccati, anche su altre posizioni, per non farci intervenire con prontezza su Pian d'Albero. Ovviamente, il colpo di mano, non era avvenuto senza una lunga e attesa preparazione. Fu troppo preciso in ogni suo aspetto generale e particolare, evitò tutte le postazioni e i posti di blocco partigiani, arrivò lì all'improvviso. Loro sapevano che quello era il punto più debole, che lì c'erano un centinaio di partigiani, e che solo una minoranza era armata! ….

 

La squadra composta da quattordici partigiani era addetta alla loro difesa e alla sorveglianza della zona: nei primi 10 minuti di fuoco era stata massacrata al 100%. Quattordici corpi dei suoi componenti erano attorno al fienile, alla casa, sul tetto, nel campo di grano, colpiti a morte, a testimonianza del loro assolto dovere! La squadra partigiana dei sovietici (ex prigionieri di guerra dei nazisti) fu la prima a gettarsi su Pian d'Albero, e contrattaccare i tedeschi, nel tentativo di spezzare il cerchio nazista sulla sinistra, e porre così in salvo il maggior numero di giovani partigiani catturati. Ma venne fermata a poche decine di metri dal fienile sulla stradicciola che dalle nostre posizioni porta a Pian d'Albero, dal fuoco della quarta mitraglia tedesca piazzata a sinistra. Lì cadde eroicamente il Comandante Militare (CM) della squadra, «Giovanni», ex tenente dell'aviazione sovietica, colpito alla testa da una pallottola esplosiva, e rimase gravemente ferito, ad una gamba, il Commissario Politico (CP) Ivan, insieme ad altri della squadra.

 

Le altre compagnie, distaccamenti, plotoni, squadre, erano sulle rispettive posizioni, e gli uomini ai posti di combattimento. Non ci si doveva ancora muovere, perché secondo quanto ci aveva mandato a dire Gino e Giobbe, e ce lo aveva detto anche Gracco prima di precipitarsi sul luogo da dove veniva la sparatoria: «Ci dovevamo aspettare d'essere attaccati da più parti!». Finché loro non avessero mandato disposizioni diverse, dovevamo rimanere lì a difesa delle posizioni. Così lì, al Comando della Brigata, rimasi soltanto io, senza sapere dov'erano e si trovavano gli altri componenti. In guerra avevamo sempre urgente bisogno, di un buon funzionamento delle comunicazioni, che erano soltanto a mezzo di staffetta, che dovevano correre da un posto all'altro per comunicare situazioni, ordini ecc. e quindi anche con tutta la buona volontà, la staffetta impiegava del tempo; non avevamo radio, né il radiotelefono. Lì al Comando, non ricevetti da nessuno, alcuna notizia. Lì non arrivò nessuna staffetta. Ne potevo mandarle agli altri componenti del Comando per chiedere delucidazioni, perché non sapevo dove si trovassero. Così per mancanza di collegamenti, nessuno del Comando seppe cosa faceva l'altro. Giobbe era da una parte, Gracco da un'altra, Gino un po' ovunque, ed introvabile nello stesso tempo. Quando scoppiò l'attacco la vita della Brigata era già iniziata: una squadra era stata mandata a prendere l'acqua, un'altra a prendere un camion di farina era partita nella nottata al Comando di Otto come CM ed Aldo come CP. Altri partigiani erano andati a fare il pane, altri a dare il cambio alle sentinelle. Non sapevamo nessuna notizia neppure di loro. Perdemmo la battaglia per via della mancanza di comunicazioni, che ci tenevano all'oscuro di tutto e mantenevano forti reparti fuori della battaglia …

 

Non convinto che ci trovassimo di fronte ad un grosso e generale rastrellamento, mi sentii impotente di fronte a ciò che stava succedendo, e intuivo che era cosa grave. Mi sentivo inutilizzato, nel momento in cui avrei potuto dare tutta la mia iniziativa. Ero arrabbiato con i miei compagni del Comando, che si erano così divisi e non facevano saper nulla. Ebbi la sensazione che il Comando non avesse più la situazione in mano. Mi domandavo: «Ma se ci hanno attaccato in un sol punto, cosa aspettiamo a far intervenire in profondità il grosso delle nostre forze per schiacciarli e non farne tornare nemmeno uno indietro?». Parlai con Nonno e Raspa, poi mandai subito il CP addetto al Comando, Vittorio che era anche l'alfiere della Brigata, a vedere cosa succedeva, sul luogo del combattimento, che ancora continuava, ma dal rumore e dalla rapidità del tiro, mi sembrava di capire che la maggior pressione di fuoco, veniva esercitata dalle mitraglie pesanti tedesche, e dall'inconfondibile gracidio dei bipiedi Skoda, che i tedeschi adoperavano così efficacemente sui luoghi di combattimento. Vittorio andò via come se fosse una palla di fucile e tornò abbastanza presto, riferendomi tutto. «Mio Dio», - dissi - «ma se non si interviene in profondità è un macello! Ma com'è, che non si è ancora preso Pian d'Albero?». Gli lasciai il Comando, e di corsa, con il cuore in gola, andai da Bastiano, Gigi e Lolla della CM e CP e VCP della II Compagnia «Faliero Pucci» detta Stella Rossa, il mio vecchio distaccamento che sentivo una creatura mia. Trovai la formazione che si stava muovendo a passo di corsa, raggiunsi Bastiano che era il primo in testa, e gli dissi sicuro del risultato: «Compagni pigliate Pian d'Albero!». «Salvate quei giovani e vecchi a sinistra, lì vicino alle cataste di legna, li stanno raggruppando lì per portarli via».

 

Bastiano mi disse che un attimo prima, a mezzo staffetta, aveva ricevuto un bigliettino mandatogli da Gracco, che gli ordinava anche lui di prendere Pian d'Albero, perché bisognava salvare il salvabile. «In bocca al lupo» - gli dissi - «non ti fare ammazzare!». La Stella Rossa, appoggiata dai superstiti sovietici, si precipitò giù verso Pian d'Albero. Prima di arrivare nella zona battuta dalla mitraglia tedesca, incontrarono Gino, che disse loro: «Ma dove andate? Laggiù è pieno di tedeschi, è successo una carneficina, sono morti quasi tutti, tornate via, cercate di scappare». Bastiano e Leila risposero: «Noi abbiamo avuto l'ordine di occupare Pian d'Albero e andiamo avanti!» E andarono giù di corsa. Pochi metri dopo incontrarono un partigiano (era uno di quelli venuti col 113 Battaglione del Genio) che fuggiva impaurito portandosi dietro un Bren. Gian e Nik gli presero il Bren e con quello spararono contro i tedeschi che sparavano addosso a loro. I giovani partigiani fatti prigionieri e tenuti dai tedeschi ammucchiati vicino alla catasta di legna, quando sentirono le grida: «Compagni, siamo la Stella Rossa, venite bassi verso di noi, siamo venuti a salvarvi!» vedendo che la mitragliatrice tedesca piazzata alla sinistra, batteva inesorabilmente quella stradicciola sulla quale la Stella Rossa doveva passare, chiusero gli occhi. Il capitano medico mormorò: «Dio mio che macello, ora li ammazzano tutti. Neanche uno riuscirà a passare da quell'inferno!».

 

Fu una cosa eroica che rasentò la pazzia, eppure quei ragazzi della Stella Rossa, passarono da quell'inferno incolumi. Non a caso su quel sentiero c'erano i russi: Giovanni deceduto e Ivan ferito ad una gamba, col muscolo scoperto. Il primo assalto venne arrestato, non lì ma a circa trenta metri dalla casa dal fuoco incrociato delle mitragliatrici tedesche. Da lì risposero al fuoco nazista e al secondo assalto, gridando: Siamo la Stella Rossa, abbassatevi e fuggite lontano dai tedeschi.

 

Un gruppo della Stella Rossa, insieme ai sovietici, arrivò fino alla porta della casa di Pian d'Albero, un altro gruppo, superato fienile, si portò oltre le cataste di legna, e di lì fece fuoco sui tedeschi, che si portavano via i prigionieri, gridando: «Compagni abbassatevi e venite verso di noi».

Nella confusione alcune decine di giovani partigiani scappano e si misero in salvo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA BRIGATA “SINIGAGLIA” È ANCHE UNA PAGINA

DI INTERNAZIONALISMO.

[estratto dal libro  “Quelli della Stella Rossa”, scritto da “Gianni” (Sirio Ungherelli - 1923-1998) e pubblicato da Edizioni Polistampa nel 1999]

 

Cittadini sovietici che durante l'occupazione tedesca hanno eroicamente combattuto nelle fìle della 22 bis Brigata garibaldina d'assalto «V. Sinigaglia» - Divisione Potente.

 

1. «Giovanni»: (cognome e nome ancora sconosciuto). Tenente dell'aviazione sovietica abbattuto col suo aereo in fiamme durante la battaglia di Stalingrado. Divenne nella nostra Brigata il Comandante Militare della squadra partigiana formata dai compagni sovietici. Cadde alla testa dei suoi uomini nel combattimento di Pian d'Albero (il 20/6/1944) nel tentativo di salvare i contadini e partigiani nella casa e nel fienile incendiato dai tedeschi. È stato proposto per la ricompensa della medaglia d'oro al Valor Militare alla memoria fin dal 1945 e quindi presso il competente Ministero a Roma deve essereci la sua decorazione.

 

2. «Ivan»: Ivan Jegorov da Ivanoscaia-Novorossisc, maestro di musica. Commissario Politico della squadra partigiana formata dai compagni sovietici. Nel combattimento di Pian d'Albero del 20/6/1944 cadde due volte ferito nel generoso tentativo di salvare contadini e partigiani italiani catturati dai nazisti per rappresaglia. Guarito più tardi dalle sue ferite, combatté eroicamente fino alla completa liberazione di Firenze e al successivo scioglimento della brigata nel settembre 1944, epoca in cui ritornò nella U.R.S.S.

 

3. Kiricolzia Surien: Vice Commissario politico della suddetta compagnia. Ferito in un precedente combattimento moriva sotto le più atroci torture delle S.S. naziste il 20 luglio 1944 a Monte Maggio senza rivelare nessuna notizia al nemico invasore.

 

4. Alessandro Timoscia.

 

5. Efrein Peicev o Enfìen Peisev: contadino di Hoyozorosck.

 

6. Egozzov Ivan.

 

7. Kuperin o Hoberin Ruhen: viveva a Karkov con la moglie.

 

8. Muchi oppure Mucchin Pietre.

 

9. Giorgio, di Smolensch.

 

10. Kornaiev Alessandrer.

 

11. «Nikita»: Kraimoriev Timoschu.

 

12. Moscov Alexi.

 

13. Oraguelidse oppure Oragiliza Georgi, di Mosé, residente a Nakaradse.

 

14. Pelilleiso Iefìen.

 

15. Pistorenko Serghei.

 

16. Russian Alessandro.

 

17. Stroihin Dimitri.

 

18. Timoscin o Tomosciu Alessandro: operaio saldatore in una grande fabbrica di macchine agricole a Smolensch.

 

19. Skorobonetros Vassili.

 

20. Tezrink

 

21. Vassili: il primo dei due Vassili aveva 19 anni ed era un trattorista in un colcos dell'Ucraina ove i nazisti gli avevano massacrato la famiglia.

22. Vassili: il secondo era un ex soldato russo dei reparti d’assalto.

 

23. Dirnigenskanatoli Ivan.

 

24. Rombelasghwili Josef.

 

25. Lunzukevic Anatolio.

 

26. Muscain Pietro.

 

27. Nekka Askef.

 

28. Bardarov Ivanovic.

 

I suddetti partigiani furono tutti ottimi combattenti e alla smobilitazione delle Brigate partigiane avvenuta nella nostra città nel settembre 1944 rientrarono in URSS.

 

Il Commissario del gruppo Brigate d'assalto Garibaldi «V.Sinigaglia» Divisione Potente. «Gianni» Sirio Ungherelli.

 

 

[estratto dal libro  “BRIGATA SINIGAGLIA”, scritto da “Gracco” (Angiolo Gracci -  1920-2004) e pubblicato dal Ministero dell'Italia Occupata - Roma, 1945]

La Brigata “Vittorio Sinigaglia” è stata la Brigata internazionale della Divisione Garibaldina “Arno”.

URSS: “GIOVANNI”; “IUFREN”; “IVAN”; “KUPERIN”; “ORAGULIZZA”; “PIETER”; “TIMOSCIN”; “VASSILI”.

POLONIA: 4 CITTADINI POLACCHI. JUGOSLAVIA: “ARDITO”. STATI UNITI: “EDO”; “VICTOR”.

 

 

 

 

 

 

L’ultimo ricordo di “Gracco” sulla liberazione partigiana di Firenze.

[intervista (registrata su nastro) rilasciata da “Gracco” (Angiolo Gracci, 1920-2004), Comandante Militare della 22 bis Brigata garibaldina «V. Sinigaglia», il 6 gennaio 2004 a: “Brigate di Solidarietà e per la Pace - No all’invasione di Cuba”]

 

“Gracco”:

 

Come si chiama il pittore quello olandese eh... ci si intravedeva tutti lo stesso ufficiale con i suoi baffetti, il bastone: "Bravi partigiani avete fatto il vostro dovere fino ad oggi ci avete aiutato, ora ci sono le truppe alleate che combatteranno e libereranno Firenze, voi da domani disarmerete, tornerete alle vostre case c'è tanto da ricostruire" eccetera, eccetera....

 

Ritorniamo -io e Gianni, il Commissario Politico ormai morto da diversi anni- ritorniamo ormai stufi, e poi eravamo stanchi, stanchi … un ordine così perentorio.

 

Allora, ritornando a piedi per la strada, dico a Gianni: domattina appena   i partigiani sono svegli, facciamo l’adunata.  Facciamo l’assemblea e rispondano loro, decidano loro.

E fu una cosa eccezionale, una cosa veramente eccezionale! Cioè gente che veniva da classi sociali che avevano fornito le più alte percentuali di diserzione, di imboscamento nella prima e nella seconda guerra mondiale, e che ora si erano fatti partigiani che avevano raccolto le armi dalle mani del nemico o del compagno caduto, piangevano dalla rabbia ed urlavano (“Gracco” ha un momento di commozione) che le loro armi non le avrebbero consegnate.


Allora io andai subito al Comando -“Potente” ancora era vivo- e detti la notizia che la Brigata
”Sinigaglia” rispondeva all'ordine alleato ribellandosi: se volevano le armi dovevano essere pronti a combattere e a prendercele. Poteva sembrare quasi ... come si dice una gua ... una guasconata ... una cosa avventurosa, una cosa impossibile! Avevamo pochi caricatori e nessun'arma controcarro.  Gli inglesi, appunto, ci mandarono subito la mattina tre carri “Sherman” a brandeggiare lì vicino mentre i tedeschi ci bombardavano con i mortai da Fiesole. La situazione si presentava apparentemente paradossale, incredibile. Noi, però, eravamo decisi, anzi eravamo orgogliosi, eravamo entusiasti.

 

Scende la notte. “Potente”, con tutta evidenza, anche se io non posso dirlo direttamente perché non ero  presente, si  mette a lavorare per risolvere questo problema; infatti stila ordini ed inizia in quelle ore intense trattative con gli alleati ai quali fa capire che anche le altre “Brigate” erano dello stesso avviso: le armi non le consegniamo!

 

E gli inglesi, altra grande lezione appresa dal nemico -perché le lezioni, possibilmente,  le impariamo da noi con fatica, ma le lezioni più importanti ce le dà lo stesso nemico- cambiano di 180° gradi: arriva una pattuglia, no, anzi, un motociclista dal Comando dalla Divisione “Arno”, ancora “Potente” è vivo, che ci ordina: "la Brigata “Sinigaglia” si porti tra un’ora nel campo sportivo delle “Due Strade”. Lì sarà passata in rivista da ufficiali dello stato maggiore inglese e dal suo Comandante ed avrà poi il compito di operare nel rastrellamento d’Oltrarno al fine di liberarlo da ogni fascista".

 

Ancora mezzi assonnati, non inquadrati ed anche stracciati come eravamo, ci schierammo comunque con aspetto marziale. Detti pochi ordini: “presentatarm”, eccetera. E venne “Potente”, accompagnato da alcuni giovani sottufficiali inglesi che portavano il berretto rosso, già pieni di rispetto, di ammirazione e considerazione per ”Potente” ..... era un uomo che si faceva stimare. Ci passarono in rivista e ci misero a disposizione, in appoggio, due plotoni di fanti canadesi per iniziare il giorno dopo -quindi sarà stato il 6 o il 7 agosto- il rastrellamento d’Oltrarno. Sembrava una cosa inaudita: due loro plotoni in appoggio e agli ordini della Brigata “Sinigaglia” per tutta l'azione del rastrellamento d'Oltrarno.

 

Il rastrellamento d'Oltrarno fu l'episodio durante il quale cadde Potente ma che fu anche un episodio bellissimo, illuminante del rapporto che s'era stabilito, o se vuoi la verifica di questo rapporto, tra partigiani e popolazione. Per questa operazione io concepii un piano molto semplice, l'unico possibile penso. Feci passare l'ordine di evacuare immediatamente la popolazione delle case che “guardano” l’Arno nel giardino di Boboli, chiedendo che le porte e le finestre delle case abbandonate venissero lasciate aperte, tutto aperto. Doveva essere tutto aperto per facilitare l’individuazione dei franchi che, entrando nelle abitazioni da passaggi dotto l’Arno,  salivano sugli abbaini da dove poi sparavano. Che erano poveri cristi in gran parte povera gente, disperati eccetera.

 

Quindi, chiedevamo alla gente di lasciare lì tutto per 24 ore. Al ritorno la popolazione doveva immediatamente denunciare al Comando qualsiasi cosa mancasse dalle loro abitazioni sia pure un barattolo di marmellata. La popolazione accetta l’ordine e si rifugia nella grande area di Boboli; su questo ci sono scene anche filmate di accampamenti improvvisati, bivacchi.

 

Le squadre partigiane cominciano ad operare rastrellando dalle cantine in su. Lo stesso i fanti canadesi che in parte ci accompagnano ed in parte operano per conto loro. Preventivamente al rastrellamento, avevamo fatto una grande sparatoria di circa mezzora con mitragliatrici e fucili contro l’altra spalletta dell'Arno per assicurarci che i paracadutisti tedeschi fossero davvero ripiegati (loro già prevedevano il nostro attraversamento del fiume).

Voglio fare un passo avanti. Devo ricordare una scena vissuta personalmente, che intercetta un aspetto della simpatia dei soldati alleati verso di noi. Il 9, no, il 7 settembre, quando ci siamo sciolti -le Brigate si sono sciolte dopo che gli alleati accettarono di farci combattere fino alla liberazione di Firenze dopo di che avremmo dovuto assolutamente depositare le armi-  sfilammo disarmati alla Fortezza da Basso. Tutta la Divisione “Potente” sfilò per la città di Firenze, mi ricordo che pioveva, e quelli che ci salutarono con maggior entusiasmo e a pugno chiuso furono i “Tommy”, cioè i semplici soldati inglesi, forse minatori, pescatori. Ci salutavano con convinzione mentre la gente del centro cittadino non dimostrava grande partecipazione devo dire...... si è così,  è così.

 

È certo, comunque, che Firenze fu liberata praticamente da noi partigiani. Passammo l’Arno con uno stratagemma di cui ho qui la documentazione.

 

Prima però, voglio ricordare un episodio amaro: sono entrato durante il rastrellamento, alla guida di una pattuglia di partigiani, in un appartamento nobile, ricco (in Oltrarno ci sono palazzi molto ricchi); lì ci imbattiamo in una pattuglia canadese che stava razziando orologi, soprammobili, cose varie, eccetera. Il sergente mi puntò contro il suo thompson, io gli puntai contro il mio mitra; stemmo così qualche attimo: sparo io, spara te. Non sparò nessuno. Capirono, e lo dissero, che erano loro in torto; non ci fu seguito ed io non feci rapporto.  Liquidati i franchi tiratori, la gente torna. La popolazione non segnalò al Comando niente che gli fosse mancato, mi pare solo un barattolo di marmellata, ad una vecchina.... le era mancato un barattolo di marmellata. Questo per dirvi il rapporto dei partigiani -la coscienza del partigiano- con la popolazione, con il popolo autentico.

 

Ma vediamo come passammo l’Arno. Loro, gli alleati, ce lo avevano detto in tutti i toni: potete combattere solo sino alla liberazione di Firenze. Per non permetterci di attraversare il fiume avevano infatti messo dei picchetti lungo la riva (sinistra) dell'Arno da noi occupata; erano picchetti canadesi e mi ricordo del loro Battaglione che stava nella zona di Santo Spirito dove poi c'è il Distretto militare, eccetera. Fu lì che io, 1'8 o il 7 agosto raccolsi morente “Potente” che era venuto a ispezionare, a vedere come avevamo organizzato l'operazione di rastrellamento. Fu colpito dalle schegge di un proietto di mortaio sparato dai tedeschi da Fiesole, non so se in modo casuale, oppure mirato su indicazione di una radio spia in comunicazione con loro. Oltre a “Potente” erano rimasti feriti anche due inglesi; arrivò l'ambulanza ed i soldati inglesi fecero per prendere prima i loro, ma questi gli dissero: no, prendete prima “Potente”. Io lo avevo accompagnato appoggiandolo accanto allo stipite del portone del Distretto e lui mi aveva ordinato: "Gracco prendi tu il comando". Cosa che è stata testimoniata  tanto a voce che per scritto. Ma io non lo potetti fare perché ero coinvolto nella lotta contro i franchi tiratori. E questo, forse, è un rimprovero che devo fare a me stesso davanti a lui: perché poi il comando della Divisione passò in mani improprie, problema che ora non è il caso di affrontare.

 

Questo, però, fece sì che io ormai mi sentissi investito, almeno, della responsabilità che tutta la Divisione passasse l'Arno, perché Firenze doveva insorgere. L’insurrezione si doveva sviluppare nella città storica, nei quartieri operai, a Rifredi. E allora escogitai un trucco. Qui c'è la fotocopia, l'originale credo ce l'abbia la casa editrice "La Pietra". Mi presentai al comandante del Battaglione canadese che era un giovane disponibile, di lingua francese; insomma un rapporto molto corretto e gli dissi: “guardi, qui i tedeschi si sono ripiegati. Non sono più sulla spalletta opposta alla nostra, però non si sa dove sono. Bisogna fare un grosso pattuglione di esplorazione per andare a precisare, a stabilire la nuova linea di fuoco. Noi siamo disposti; siamo 100 partigiani e siamo pronti ad attraversare l'Arno. I ponti sono saltati e l’Arno lo attraversiamo camminando sulla Pescaia di Santa Rosa.

 

C’è poca acqua ed anche se i tedeschi hanno messo delle bombe (avevano messe delle bombe aeree pronte ad esplodere se si toccava i fili di contatto) ce la faremo”. “Telefono subito al Corpo d'Armata”, dice. Non capii tutto il senso della conversazione, non so l'inglese, ma capii che ci permettevano il passaggio. “OK”, mi fa. Avevo anche l’ok scritto: “Gracco and the partisans cross the river”. Io con questo bigliettino stampato sui moduli del Comando inglese mi presento al loro posto di blocco della Pescaia di Santa Rosa; c'è un sergente canadese grosso, burbero, insieme con altri dei suoi. Si vede subito che è un uomo stanco della guerra … veniva dalla Sicilia, chissà da dove. Io gli strizzo l'occhio, gli faccio vedere il bigliettino; lui capisce che se andiamo noi ne muoiono meno di loro: “OK, OK.”  11 e 45 dell’11agosto: la martinella scandisce i suoi tocchi è l’insurrezione! Passiamo in 100 ed intanto faccio avvisare tutte le altre brigate.  Subito dietro attraversano altri 1800 ed inizia la battaglia per l'insurrezione di Firenze. Interessante, no?

 

Andrea: grazie Gracco per questo tuo specifico ed esclusivo contributo.

 

“Gracco”: io ho voluto fare una riflessione su tutta una serie di problemi che aspettano ancora di essere davvero chiariti …

 

Andrea: ma non vogliamo stancarti troppo, si capisce che questo ti sottopone ad una compressione forte. 

 

“Gracco”: no! Mi fa bene rievocare e riflettere, precisare meglio il contesto, ampliare sempre di più … anche perché ho intenzione di scrivere una ultima cosa che titolerò “Rapporto a Potente” …

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Insorgiam!

 

Inno della Brigata “Vittorio Sinigaglia”

 

La canzone è nata nel carcere di Castelfranco Emilia nell'autunno del 1942, come componimento poetico, in occasione di un concorso indetto tra detenuti della sezione politica per celebrare l'anniversario della rivoluzione d'ottobre. Autore del testo Bruno Falaschi di Ponte a Elsa, autore della musica Alfredo Puccioni.

 

Insorgiam,
ci chiamano gli schiavi,
sbirri della Libertà,
i bastardi non figli degli avi
che fecero la nostra Unità.
Il fascismo ci rese ribaldi
vili servi del gran capital
freme a noi tra di noi Garibaldi,
muoia dunque chi vili ci fa.

Vanno sul mondo mosse
dal vento di vittoria,
van le Bandiere Rosse
a rinnovar la storia.
Dagli aspri monti ai piani
cantano i Partigiani.
Dagli aspri monti ai piani
cantano i Partigiani.

Insorgiam,
il mondo si solleva
contro i nostri sfruttator;
passa l'orda gigante e si leva
l'era nuova di pace e d'amor.
Ogni popolo è il solo padrone
della patria e del proprio avvenir;
non più guerre, non più distruzione,
solo forza che sa costruir.

Vanno sul mondo mosse
dal vento di vittoria,
van le Bandiere Rosse
a rinnovar la storia.
Dagli aspri monti ai piani
cantano i Partigiani.
Dagli aspri monti ai piani
cantano i Partigiani.

 

 

 

 

MAPPA DELLA BATTAGLIA DEL 20 GIUGNO 1944 A PIAN D'ALBERO